Lug
05
2012

STRADA STATALE 131

Scritto da Salvatore Ultimo aggiornamento (05 Luglio 2012)
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SALVATORE SINI

 

S.S.131

 

Dichiaro fin da subito che, non amo consultare gli oroscopi, non mi piacciono gli imbroglioni e i cartomanti, non credo nelle madonne che lacrimano sangue ne chi si innalza al di sopra delle proprie capacità sia fisiche che mentali. Sono molto scettico, pur tuttavia sono sempre disponibile a credere a chiunque ed a qualsiasi cosa pur che mi si portino prove tangibili di qualche fatto, anche se questo sia fuori dai canoni della normalità-prove almeno indiziarie s'intende.

Devo per forza di cose fornire qualche mio dato; La mia vita la ritengo normale almeno per quanto basta, ho avuto un discreto successo in tante cose – discreto appunto – non ho avuto grandi poteri ne grandi averi. Non ho e no le vorrei, cicatrici eroiche da esibire , e non credo di aver prodotto sconvolgimenti radicali capici di trasformazioni. Spesso ho avuto il coraggio degli incoscienti, quello degli uomini veri di una volta, affrontando a testa alta ed a nervi saldi delle situazioni a volte molto complicate. Racconterò questa mia storia anche se ho qualche remora nel farlo. E' una storia vera ma sono quasi certo che non sarò creduto fino in fondo “ neanche io la prenderei sul serio se qualcuno me la raccontasse. Tuttavia lo farò per gradi senza entrare immediatamente nel cuore della vicenda. Più avanti, senza nessuna presunzione ed in perfetta buona fede entrerò nel vivo del racconto. Tutto questo lo faccio per alcune ragioni, la prima- non è l'impazienza di stupire, la seconda – è la possibilità che voglio dare a chi mi sta leggendo, di continuare a farlo oppure di abbandonare la lettura. Un'altra è la parsimonia posta nell'esposizione allo scopo di evitare una sorta di “medias res” ovvero una cortina di fumo annebbiante . Anche se nulla ha a che fare , credo sia più efficace . Questo lo so per inclinazione naturale in quanto spesso mi diletto con l'arte poetica . Lo dico affinchè questa mia inclinazione non venga considerata . In qualche modo, una pregiudiziale.


Non mi sono mai considerato persona con dei grandi talenti, più che altro, questi mi sono sempre stati attribuiti dalle persone che mi stavano intorno nel lavoro e nelle innumerevoli relazioni sociali, in molti mi hanno stimato per la mia concretezza e con la perizia con la quale con pochi atti saggi risolvevo delle situazioni a volte molto complicate.
Questo faceva si che a volte mi cullassi negli allori e ne sentivo addosso la gratificazione. Ho sempre lavorato e svolto i miei doveri senza risparmiarmi dando tutto di me stesso e spesso sacrificando chi mi stava intorno, tutto questo per la mia innata ambizione di progredire, di non essere uno qualunque in una massa amorfa di persone senza senso. In effetti ero, e forse lo sono ancora, un piccolo ambizioso che credeva e crede in tutto quello che fà. Ma, un giorno durante un'escursione in montagna, tutto sembrò crollarmi addosso come un macigno, e come un grosso macigno, appunto, sentii che qualche cosa mi stava succedendo. La mia gamba sinistra cessò di funzionare, dolori atroci al polpaccio, percorrere più di cinquanta metri diventava un'avventura. Ricorsi subito alle cure ed agli esami prescritti dalla mia Dottoressa di base e dopo due mesi mi ritrovai in sala operatoria vascolare per risolvere un'ostruzione quasi totale dell'arteria femoro-poplitea. Operazione molto difficile e delicata che oltretutto comportava anche il rischio di nuova ostruzione e lo spauracchio di amputazione del piede. Con la mia poca fede rimasta invocai tutti i Santi possibili che mi venivano in mente ed uno in particolare del quale avevo letto con vivo interesse e meraviglia la sua vita ed i suoi miracoli.Feci voto che se tutto andava per il meglio mi sarei recato nella sua casa natale a Laconi, paese natale di Sant'Ignazio. Ormai non avevo più impegni di lavoro, l'ultimo ristorante ero riuscito a venderlo ad una coppia che veniva dalla Germania e quindi oltre che scrivere racconti e poesie, non avevo altri impegni. Quell'estate decisi di recarmi nel mio paese in Sardegna sia per rispettare l'impegno preso, sia perchè il mio paese rappresentava da sempre una sorta di cordone ombelicale, mai reciso. Revisione totale della mia BMW e partenza. L'Isola Bianca di Olbia mi accolse con i suoi profumi e tutto parve che mai fossi mancato da quella terra d'incanto " la mia terra". In lontananza si stagliava già dinnanzi a me la mole del Limbara a me tanto caro , dove, spesso mi rifugiavo nel contemplo della natura e dove spesso le mie poesie nostalgiche prendevano forma imbevute di sentimenti e di rimpianti . Qualche giorno di sosta in paese, visita ai parenti ancora in vita e poi, partenza, desinazione Laconi. Dopo un quarantina di kilomentri sulla S.S.597 allo svincolo di Mores mi immisi sulla S.S.131. Osservavo davanti a me tutto quello che mi scorreva, colline, montagne, qualche "stazzu" greggi ed uliveti, cumuli di pietre ben accantonate e Nuraghi sparsi a sentinella di un passato carico di misteri e chissà di quanti e quali eventi nascosti celati tra quelle magiche fortificazioni. Nulla mi sfuggiva percorrendo quella lunga linea d'asfalto della 131 e la mia auto filava come non mai, sembrava emanare gioia come quella che dentro di me sentivo. La lancetta della benzina mi avvisò che stavo per andare in riserva e finalmente dopo una ventina di chilometri trovai un distributore automatico. Mi fermai per l'operazione di rifornimento, ero solo, in compagnia dei miei pensieri quando mi accorsi che in un angolo del parcheggio qualcosa si muoveva, era un cane di piccola taglia dal pelo lungo color pesca chiaro, occhi molto vispi con uno sguardo che trasmetteva gioia, lo accarezzai e venni subito ricompensato con un paio di leccate sulle mie mani. Mi avviai verso la macchina, aprii lo sportello e quella bestiola in me che non si dica me la trovai seduta sul sedile a fianco. Decisi di portarlo con me, qualche cosa avrei fatto, magari lasciandolo in qualche posto meno isolato dove qualche anima buona avrebbe potuto prendersi cura di lui. Decisi, non so perchè di chiamarlo Pinci, quel nome mi piaceva e sembrava che gli andasse bene, non so perchè. Avevo portato con me dei tramezzini confezionati sotto vuoto ed ad una sosta per un caffè ne diedi uno a Pinci che divorò in poco tempo. Per Laconi mancavano un centinaio di chilometri che percorsi in compagnia del mio nuovo amico e con la musica di un vecchio C.D registrato da me e da un mio amico musicista con incisi i brani più famosi di Astor. Piazzolla .Laconi mi accolse nel primo pomeriggio ed individuato il luogo della mia meta, vi entrai, finalmente potevo far visita a quel Santo che tanto avevo invocato. Parcheggiai la macchina all'ombra di una quercia lasciai i finestrini leggermente aperti per far passare un po d'aria a Pinci ed entrai. Mi accolse una stanza unica molto bassa con i muri in pietra annerit i dal fumo, il pavimento in terra battuta, immaggini del Santo, ex voto sulle pareti ed aria di contemplazione. M'inventai una preghiera in sardo che più o meno recitava così: " Sant'Innaziu, umile so inoghe a ti pregare pro m'haer aggiuadu in unu momentu tantu delicadu. Aggiuami tue chi lu podes a superare sas difficultades de sa vida. Tue già l'ischis Santu meu chi hapo pius passadu che futuru, e tando ti prego, istami a fiancos pro su tempus chi mi restat e chi su Segnore mì hat cunzessu de campare ancora. Tue elettu dai Deus nostru chi that dadu tanta potenzia, abbaidami dai su malignu , dai son males e dai sas maladias de custu mundu. Padre Nostro...Ave Maria...Segno della croce. Stavo per alzarmi da quella vecchia sedia impagliata con il cuore che sentivo di una leggerezza estrema, la mia mente sembrava si fosse rinnovata a nuovo spirito , mi sentivo invaso da una purezza mai provata. Solo, in compagnia della mia fede ritrovata. A questo punto, gli scettici smettano di esserlo perchè quello che è successo è qualcosa che non è facile da descrivere e non so se sarò creduto, so che non è cosa semplice. Sulla parete del muro davanti a me, già scura, vidi, dico vidi l'ombra di una frate cappuccino con una bisaccia sulle spalle che camminava avanti e indietro, l'ombra di un piccolo frate con la barba lunga, scalzo e curvo su se stesso.Mi voltai più volte all'indietro per vedere se c'era qualcuno, non c'era nessuno, silenzio completo e solitudine. Potete immaginare quali pensieri invasero la mia mente. Sono un visionario? Stò diventando pazzo? Provai a fare un escursus con la mia memoria, mi chiesi chi ero, quanti anni avevo, dove ero e da dove venivo. Tutto corrispondeva alla mia esistenza.

 

Non riuscivo a capire, ero talmente sconvolto che mi sembrava di essere un'altra persona, non quella razionale che sempre mi ero ritenuto, ed alla mente mi vennero davanti fatti similari raccontati da altri che avevo snobbato ritenendoli, fuori di testa. Sentii i miei occhi pesanti che a stento riuscivo a tenerli aperti finchè non si chiusero in un sonno profondo che a conti fatti durò quasi un'ora. Quando mi svegliai, mi trovai inginocchiato con le mani giunte in preghiera e d'avanti a me dove prima avevo avuto la visione del fraticello si stagliava una luce simile ad un'aureola che scomparve dopo pochi istanti, poi tutto ritornò come al momento del mio ingresso nella casa del Santo. Vidi entrare una coppia con due figli che salutarono ed ed io risposi come se niente fosse accaduto al loro saluto. Feci il segno della croce ed uscii con le gambe che mi tremavano in modo pauroso. Andai verso la mia macchina, aprii e subito notai che il mio amico Pinci non c'era più . Come avesse fatto ad uscire dalla macchina chiusa ancora non so spiegarmelo e forse non ci riuscirò mai. Al quel punto pensai veramente che la mia mente fosse in preda alla follia e che stavo veramente dando i numeri. Ripresi la strada del ritorno e dopo aver percorso un centinaio di chilometri mi fermai in una piazzuola di sosta per rispondere al telefono che aveva squillato con insistenza, non risultava che nessuno mi avesse chiamato, non vidi ne numero ne nome dell'interlocutore. Scesi dalla macchina per sgranchirmi le gambe e per altro bisogno impellente, e chi ti trovo? Sdraiato sul bordo della piazziola...Pinci il mio caro amico, andai per fargli una carezza con il cuore in gola e domandandomi come avesse potuto percorrere tutti quei chilometri probabilmente a piedi, (Un centinaio di chilomentri non sono pochi) Andai per farle una carezza, non si mosse, era morto. Piansi come un bambino di un pianto irrefrenabile. Lo lasciai dov'era coprendolo con degli arbusti di malva fiorita e ripresi il mio cammino di ritorno verso Berchidda. Se avete letto quanto vi ho raccontato, siete liberi di credere o di non credere, più no che si . Ripeto che se l'avessero raccontato a me non l'avrei creduto.




Si era fatto tardi, il sole dietro le montagne mandava gli ultimi bagliori rosso-oro ed in lontananza potevo già scorgere le creste del mio Limbara. Un'altra mezzora e sarei arrivato nella mia piccola casa di Berchidda. Quell'ultimo tratto della s.s.597 lo percorsi, credo, in uno stato di semi incoscenza, come un automa, la mia macchina sembrava avesse il pilota automatico, sterzava da sola come se sapesse esattamente dove andare. Arrivai a casa, casa per modo di dire, perchè quella, ora restaurata, era frutto di una piccola eredità lasciata dai miei genitori che fino a quel momento era stata sempre adibita a magazzeno. Fili elettrici volanti dapertutto, muri scrostati, un sottoscala con un water rugginoso ed un piccolo lavandino. Al piano di sopra la cameretta per la notte, una rete con materasso, un vecchio armadio appartenuto ai miei genitori, una sedia sgangherata ed una scrivania tarlata. Mi stesi sul letto ed in poco tempo mi addormentai di un sonno profondo. Ore tre e un quarto, aprii gli occhi perchè avevo la sensazione di non essere solo. Una luce dal color azzurrognolo saliva lentamente i dieci gradini di cemento scuro, sentii come un formicolio alla testa come se i miei capelli si fossero addrizzati attratti da una sorta di magnetismo. La luce divenne figura , una piccola figura di frate non più alto di un metro e cinquanta circa, secondo la mia percezione. Tutto sembrava irreale ma, non ebbi paura...oramai...Mi sentii come se fossi un recipiente vuoto rimasto per troppo tempo a secco e che ora si stava colmando di pace. Una voce leggera, quasi un sussurro mi accarezzo' la mente, cercai di capirne il contenuto senza comprendere, però capii che quella lingua era Aramaico. Quel frate pose la sua mano sulla mia fronte e parlò in quella lingua a me sconosciuta che però non so spiegare il perchè, riuscii a trasformarla in lingua sarda.SELVADORE, CARU MEU, TUE GIA'0 L'ISCHIS CHI ESISTIT SU 'ONU E-I SU MALU, SU BELLU E-I SU FEU, SU RICCU E SU POVERU, SA GIOIA E SU DOLORE. A TOTUS SU SEGNORE NOSTRU HAT DADU CARCHI COSA SEGUNDU SU DISSIGNU GIA' PREPARADU DAI S'ALTISSIMU. A TIE T'HAT DADU SU DONU DE SU DOLORE CHE EST SU PIUS ALTU DE TOTU SOS VALORES. FAGHENDE TESORU CA SOLU SUFFRENDE S'INTRADA IN REGNU ETERNU. Questa rivelazione non mi scompose più di tanto perchè in verità, di dolori nella mia esistenza ne avevo subito abbastanza...ero temprato..."MA PROITE PROPRIU A MIE SU SEGNORE M'HAT RESERVADU CUSTU DONU CHI NO TANTU AGGRADESSO ?HAIO PREFERIDU SA GIOIA. E isse...." NO T'HAT A MANCARE MANCU CUSSA, MA AMMENTADI CHI DONZI GIOIA SU PIUS DE SAS BORTAS BENIT PAGADA CUN SA METESSI DOSE DE DOLORE E CANDO CUSTU SUZZEDIT, PENSA A MIE CHI SO SEMPRE PRONTU A TI DARE UN'AGGIUDU."Così come era apparso, scomparve lasciando in quella mia stanza angusta un profumo lieve di malva in fiore. Alle cinque ero già che mi preparavo il caffè, non ero piùà riuscito a prendere sonno. Avevo una voglia matta di raccontare a qualcuno quello che mi era accaduto, ma, me ne è sempre mancato il coraggio anche perchè non volevo che fossi scambiato per un povero pazzo visionario-

Ovunque mi aggirassi, nella mia casetta, quel leggero profumo di malva invadeva i miei sensi e non potei non pensare a Pinci nel suo giaciglio di morte avvolto in quei fiori rosati che fino ad allora non avevano mai suscitato il mio interesse.

Altre essenze avevano sempre accarezzato le mie sensazioni, la flora del mio Limbara. Quelle essenze che non dimentichi mai. Le cercai, e tra il turbinio dei miei pensieri decisi di avviarmi verso la mia meta preferita, il mio solito e amato monte. Perchè solo in quel posto incantato, nella mia terrazza fiorita di cisti. Lavanda spontanea, salvia selvatica , mirti e corbezzoli, oltre che contemplare la paradisiaca natura che d'avanti a me si apriva. Potevo contemplare quella vallata verdissima con lo sfondo del Monte Acuto, il ramo a est del lago Coghinas e la fonte di acqua freschissima e pura dove ancora gli ultimi ciclamini nell'ombra umida, resistevano. Li in quel paradiso sentii che avrei potuto dar sfogo alle mille sensazioni provate. La percezione di tutto quello che era successo mi sconvolgevano la mente e mi sentii come immerso in un grosso frullatore dove tutte le mie emozioni venivano minuziosamente frantumate. Una sola concretezza...non avevo sognato. Tutto era realmente accaduto e questo mi rendeva entusiasta ed allo stesso tempo, una sensazione di timore reverenziale mi poneva un'unica domanda: Perchè proprio a me tutto questo era successo?

Non trovavo una risposta semplicistica, ma, forse non c'è n'era.Lasciai il mio paradiso per immergermi di nuovo in cose normali, ma, il pensiero di quel Santo e di Pinci non mi abbandonava un'istante. Le mie giornate scivolavano via come gocce di rugiada posate sopra una foglia aperta al caldo abbraccio del sole mattutino. Che cosa m'aspettasse ancora non mi era dato al sapere, ma dentro il mio essere sentivo il desiderio di essere di nuovo proiettato in un'altra avventura-visione, indimenticabile come quella appena vissuta-

La s.s.131 era diventata per me la strada dove ogni meta portava. La percorrevo spesso a vuoto senza un'itinerario prefissato e molte volte fui tentato di ritornare a Laconi e di portare un fiore fresco al mio amico Pinci-

Mai, nella mia esistenza avevo sentito tanto bisogno di Sacro. Io, quasi profano da sempre, ora avevo sentore che certe cose non capitano per caso, cose non pensate ne cercate che delle volte avvengono. Il tempo, se pur seguendo lo svolgere del mio esistere, mi stava lasciando spazio ad altri pensieri, famiglia, impegni ed altre incombenze del vivere quotidiano. Dato oramai per scontato che la mia visione corrispondeva ad una verità, pensai che potevo considerarmi una persona fortunata, oppure un'anima eletta. Ogni difficoltà che prima rappresentava un problema, ora, sapevo a chi ricorrere, un alone quasi paranormale mi accompagnava ovunque, un angelo custode che camminava al mio fianco guidandomi nella via più retta e giusta. Non avevo più timori di niente...c'era Lui...pronto ad illuminare la mia mente nelle varie scelte di vita.

Più volte la s.s.131 mi portò in luoghi carichi di magia, più volte l'inconscio mi portava a Saccargia, e lì tra lo splendore ed i ruderi mi assentavo contemplandone il fascino, estasiato da tanta bellezza ed armonia. Sentivo fosse quasi un castigo non poter condividere tanta beatitudine in compagnia di qualcuno che assecondasse le mie emozioni. Una qualche persona che in sintonia con la mia anima camminasse al mio fianco felice, come felice mi sentivo.

Il mio periodo di permanenza in Sardegna stava per scadere ed il pensiero di far ritorno in luoghi che la sorte mi aveva destinato, mi procurava angustie indescrivibili, ma gli impegni non mi mancavano, prima di tutto un'imminente scambio culturale con un grosso centro termale dell'Ungheria per un paio di concerti di canto corale, e poi la mia ormai solita regata in barca a vela con Alfieri da Trieste alle isole Tremiti e ritorno. Tutto il resto l'avevo affidato nelle mani di Sant' Ignazio da Laconi, mio “amico” e mio protettore.

La banchina del porto di Civitavecchia mi accolse con una cappa di plumbeo grigiore, una pioggerellina fitta ed insistente mi annunciava che per il momento dovevo dare l'addio alle mie valli, ai suoi profumi ed alle care genti che a malincuore avevo lasciato nella mia Berchidda. Già m'immaginavo l'autunno imminente del Friuli Venezia Giulia che avevo l'unico potere di rinverdire il ricordo di una terra lontana- la mia terra-.

Ripresi le prove di canto per lo scambio culturale con l'Ungheria e già l'attesa della partenza imminente per un po mi distoglieva dalla mia s.s.131, da Pinci e da Sant'Ignazio che se pur era sempre presente nei miei pensieri, lo sentivo distante come se appartenesse ad un'altro pianeta, ma, le anime dei Santi non conoscono distanze, ne orari ne frontiere, non devono sopportare le lunghe traversate marittime ne i mille chilometri di autostrade. Essi sono dovunque in qualsiasi luogo ed in qualsiasi momento. E questo mi rendeva un eletto, anche io avevo il mio Santo Protettore.

Ore tre e un quarto di un venerdì di Settembre. Partenza per Haidusobozlo, Mille e più chilometri di pulman se pur con tutte le comodità di questi moderni mezzi riescono a fornire, erano lunghi- lunghissimi direi- ma l'arrivo fù una vera festa col coro ospitante, la banda schierata, le autorità del luogo e lauto rinfresco con le specialità locali.

I componenti del coro “ Bardos Lajos” venticinque ragazze ed una diecina di maschi facevano a gara nell'elargire le loro cortesie. Le ragazze erano bellissime e di grande semplicità, ragazze dell'Est che per quanto riuscissi a percepire, l'emancipazione dopo il giogo dell'Unione Sovietica, ormai quasi dimenticato, era per loro cosa primaria, si sentivano Europei sotto tutti i punti di vista e tre erano i desideri primari di tutte quelle splendide ragazze:; Andare a lavorare in Germania, imparare la lingua inglese e sopratutto, sposare un italiano. La lingua Ungherese risultò per me e per tutti un vero dilemma, senza l'interprete, nessuna espressione linguistica era comprensibile, un misto di lingua finlandese con un miscuglio di lingua slava e turca-

L'esibizione dei nostri dieci canti fu un successo con numerosi bis, molti ascoltatori e “standing ovation” Ero soddisfatto perchè anch'io come tutti gli altri componenti del mio coro, avevo dato tutto di me stesso per l'onore di portare tra quelle genti molto colte musicalmente, lo splendore e l'armonia della musica italiana.

Cena e canti si protrassero fino alle tre del mattino ed in queste incombenze non e difficile fare delle conoscenze a volte interessanti. Era da un po che avevo notato Ana kovac che da lontano mi scrutava con quei suoi occhi languidi e pungenti mentre scambiava qualche commento con una sua amica. Risposi ad un suo sorriso ed in pochi secondi me la trovai a fianco con un braccio sopra il mio collo e stampandomi un bacio sulla guancia. Inutile dire che il gesto , se pur molto piacevole, mi mise in imbarazzo, ma lo stesso ricambiai quell'atto di gentilezza dandole anch'io un bacio sulla guancia che lei fece scivolare volutamente vicino alla sua bocca, tanto che ne sentii l'umido della sua saliva. Mi prese per la mano per recarci all'angolo del ristoro e dopo aver bevuto qualche sorso del loro Tokaj , mi riprese la mano trascinandomi fuori nel giardino dove già altri amici miei erano indaffarati con le loro conquiste. Ana parlò a lungo nella sua lingua senza che riuscissi a capirne mezza parola. Non aveva più di trent'anni, vale a dire quasi metà dei miei ma in quei momenti non sempre ci si fa caso, la tua mente non comanda l'istinto, fa tutto da solo. Prese il mio viso tra le sue mani e mi baciò a lungo, più volte.Il sangue bolliva nelle mie vene esaltato dalla frenesia di Ana.

La disciplina in Ungheria è qualcosa che non si può transigere e quando la direttrice del coro dichiarò finita la serata-nottata, tutti si ritirarono in buon ordine , una stretta di mano ad Ana come se nulla fosse successo- Buonanotte. La mia stanza nell'Hotel Delibab, stanza 131, mi accolse: Camera con letto doppio, ben arredata e confortevole. Avevo un gran sonno ma prima di adagiarmi tra le braccia di Morfeo, oltre al rivolgere un pensiero per Ana, pensieri mai scandagliati orbitavano nella mia mente Pensai a quante volte nella mia vita mi ero sentito perso e problematico, spesso dovevo convincermi che esperienza e qualche insuccesso del vissuto era dovuto al caso e non alle mie capacità di reazione. La verità, pensavo, che in situazioni complicate avevo cercato di smorzare e sopravvivere a me stesso consapevole che qualche niente ti cade addosso in particolari momenti.A volte l'esistere trascende così anche senza proferire parole, la mente spesso va in subbuglio senza darti mai il senso dell'assoluto. Tutto è vago in ogni essere perchè le situazioni cambiano come cambiano i termpi in evoluzione. I pensieri scaturiscono dal seno della materia quale nucleo dell'esistere materiale, ma, anche spirtuale. Succede che spesso respingendo le proprie convinzioni mi trovassi nel dubbio- eterno dilemma- di tutti gli esseri umani, nulla in questo mondo è certezza meno che la morte creata dalla vita- Perchè in quel letto d'albergo mi ero abbandonando a questi determinati pensieri, non so spiegarlo. La mente vaga dove gli pare e pensieri quasi filosofici come questi mai mi era stato dato di esprimere ne da concepire. La notte delle volte è padrona incontrastata del nostro io.Sant'Ignazio c'entrava qualcosa in questo mio divagare solitario? Non so e forse non lo saprò mai.

Alle nove e mezza del mattino ero ancora nel mio letto d'albergo intorpidito dal sonno, e svegliandomi pensai che ormai avevo saltato la mia colazione che a quell'ora cessava, ma, delle volte la provvidenza ci viene incontro. Sentii bussare alla porta ed ancora assonnato mi alzai per aprire e vedere chi era. Era Ana, che non vedendomi si era preoccupata portandomi lei la colazione. La cosa che più desideravo era una buana tazza di caffè caldo,ma, nel vassoio che Ana era riuscita a raccimolare, c'era ogni ben di Dio. La baciai e la strinsi a me come atto di ringraziamento, ma anche perchè quel giovane e delizioso corpo sembrava in attesa di ricevere qualche gesto di affetto. Si era sdraiata al mio fianco e mi parlò a lungo nella sua lingua immaginando e cercando di capire che cosa turbinasse nella sua mente. Così vestita com'era si infilò sotto le mie lenzuola , ma , l'unica cosa che riuscì a fare fu quella di piangere – un pianto quasi straziante che indusse anche me ad assecondarla.

Con insistenza e per istinto ella stringeva la mia mano facendo roteare tra le sue dita la mia fede nuziale e solo allora capii i motivi di tanto lacrimare. Non avrebbe potuto avermi tutto per se e per sempre, ero un uomo sposato ed il suo sogno di sposare un italiano per il momento poteva solo essere un sogno, almeno con me. Con il viso bagnato di lacrime che si mischiarono alle mie, accostò la sua bocca sulla mia per un bacio appena sfiorato tra le mie labbra. - Good bay – Salvatore. Si alzò e senza dire una parola o voltarsi, uscì dalla stanza.

Avevo sperato di vederla alla messa che alle undici dovevamo cantare nell'unica chiesa cattolica del Paese. Non la vidi e a nulla valse chiedere alle sue amiche il motivo di quell'assenza, nessuno sapeva darmi notizie.

La chiesa no era molto distante dall'albergo e quando vi giunsi ebbi un sussulto, sembrava che il mio cuore si fosse fermato per poi ripartire all'impazzata. Tutto ciò era dovuto al fatto che i miei occhi si erano soffermati avendo notato che sopra l'arcata d'ingresso della chiesa, troneggiava una scritta dorata “DIVO IGNATIO DE LOIOLA”.. Un brivido freddo percorse la mia schiena e se pur non si trattasse del mio Sant'Ignazio , la mia mente elaborò immediatamente questa concomitanza. Tutto sembrava costruito alla perfezione per mettere in subbuglio la mia fragile esistenza, e così, pensai quasi senza pensare che il passato oramai era da considerarsi un assegno scaduto e mai incassato:il futuro, era una cambiale che aveva delle scadenze, el il presente, un dono da spendere dove, quando e con chi volevo.Perchè mi venne un pensiero del genere non so spiegarlo, scherzi della mente.

Poco adiacente alla chiesetta si ergeva un vecchio convento retto da frati francescani, preso dai un'istinto irrefrenabile decisi di visitarlo, per ammirarne l'armoniosa architettura e le innumerevoli opere d'arte che esso conteneva, ero solo con i miei pensieri e con la mia innata curiosità.

D'avanti all'ingresso, mi accolse un piccolo cane con il pelo lungo un po arruffato colore pesca, sonnecchiava indisturbato, rassomigliava in tutto e per tutto al mio Pinci, la sola cosa che lo distingueva era senza dubbio l'età che mi sembrava più avanzata. Non si mosse, non mi guardò, lo lasciai a sonnecchiare senza che la mia mano si accingesse ad elargirli una piccola carezza.

Un convento semibuio dove le penombre si stagliavano filtrando lame di luce. soffuse che davano forma a ombre di statue consumate dal tempo . L'olezzo di chiuso confuso con l'acre aroma dell'incenso facevano si che il mistico penetrasse nella mente e nel corpo. ( Quasi tutti hanno queste caratteristiche ma mai ci feci caso visitando altri luoghi simili).

Mi aggiravo estasiato contemplando la misera bellezza degli archi sapientemente innalzati con pietrame preso alla rinfusa. Icone in stile Ortodosso e statuette di legno erano poste dovunque con la descrizione della loro storia e provenienza .” naturalmente in lingua ungherese”. Mentre ero assorto in compagnia del mio interesse ed alla mia curiosità, mi si presentò un frate, un piccolo francescano, molto basso, con la barba lunga ed incolta, curvo su se stesso, ed ecco che un'altra volta il mio cuore già provato ebbe un sussulto – smise di battere per un po,' riprendendo a ribattere con palpiti più veloci del normale . Egli muovendo leggermente il capo ed accennando un piccolo sorriso, mi salutò chiedendomi se fossi italiano. Risposi che lo ero ed allo stesso tempo chiesi se lo fosse anche lui visto che si esprimeva in un italiano quasi perfetto intercalato da qualche parola di Latino. Io sono dell'Ungheria, mi disse , con il sorriso sulle labbra. La curiosità verso quel piccolo frate dagli occhi piccoli e penetranti mi portò ad analizzare e scrutare quel viso in ogni suo più piccolo lineamento, e mentre lui continuava a parlare, la mia mente, con infinito stupore non potè far altro che evidenziare la straordinaria somiglianza con il mio, oramai, Santo Protettore.

Mi sentivo particolarmente felice ed euforico per quell'imprevisto incontro e così iniziai a parlare...parlare e parlare... come a voler mettere in forte evidenza tutto il mio finto dotto sapere.

E così parlai a lungo con lui di argomenti di alto contenuto spirituale, morale e filosofico. Parlai anche di cose che mi sembravano insensate e che mai avevano destato in me un qualche interesse. Il frate si limitava ad ascoltarmi quasi con rassegnazione , annuendo ogni tanto. Per cercare di darmi una forma di cultura , che in effetti non avevo, esaltavo tutte le cose fantastiche che mi stavano d'avanti dando a me stesso l'impressione di una grande sapienza che in queste cose, certo non possedevo.In poche parole e con molta superbia, cercavo quasi di convincerlo che , avendo scelto me non aveva errato, ero la persona giusta alla quale si era manifestato. “Che presunzione” Per me quel frate era e rappresentava veramente Sant'Ignazio da Laconi in persona. Rimase in silenzio, quasi meditasse, lasciandomi parlare ed ascoltando con vivo interesse ciò che usciva dalla mia bocca.

All'improvviso, sentii la sua mano che sfiorò la mia guancia come a volermi dare uno schiaffo, all'istante percepii un fortissimo calore come se una fiamma di fuoco ardente si fosse posata sul mio viso. Lo guardai senza nessun risentimento domandandogli in motivo di quel gesto.

Con voce pacata, mi rispose – Ricordati Salvatore ciò che ti dico; che queste poche parole possano esserti d'aiuto nel proseguo della tua esistenza terrena, non innalzarti mai al di sopra della mia testa , non camminarci sopra , non innalzarti se prima non avrai lavato e purificato la tua coscienza-.

Quel severo rimprovero mi turbò a tal punto che sentii defluire dal mio essere tutte le mie più radicate convinzioni. Seppellendo sotto una montagna di macerie l'edificio di certezze costruitomi in tanti anni di vissuto.In quell'attimo che a me parve infinito rividi il mio passato, qualche volta incoerente e non sempre fedele agli insegnamenti ricevuti. Il presente lo stavo vivendo, seppur in una situazione che percepivo scomoda . Feci l'esperienza di quel pruriginoso disagio che può provare una persona di fronte a tanta saggezza ed umiltà.

Mi affrettai a rispondergli che non avevo nessuna intenzione di innalzarmi o di far vedere quello che non sono. Quello che ho detto sono parole che neppure ho pensato prima di pronunciarle . Volevo solo apparire degno di Voi.

Umilmente m'inginocchiai in attesa della sua Santa benedizione. Egli pose la sua mano sul mio capo mentre formulava parole d'indulgenza. All'ultimo disse: (In sardo) “Anda in Santa paghe Selvadore” Feci il segno della croce e mi avviai verso l'uscita non prima di aver baciato le sue mani , ma, una forza incomprensibile m'impediva di varcare l'uscita. Mi voltai con il desiderio di rivedere ancora una volta quel fraticello, ma, intravidi solo la sua ombra evanescente con l'aureola luminosa , allontanarsi e scomparire.

La “CSARDA”, così sono chiamate le trattorie caratteristiche dell'Ungheria, aveva già preparato i tavoli per il pranzo imminente. Presi posto nel tavolo riservato al mio coro in attesa del “Goulasc” , ma, le sorprese per me non finiscono mai. Al mio fianco, vicino alla sedia , quel cagnolino color pesca che prima avevo visto vicino all'ingresso del convento, era lì sdraiato e scodinzolante. Non potei fare a meno di chiamarlo Pinci e di farle una lunga carezza che ricambiò con una lunga linguata sulla mia mano, dopodichè si alzò , andò via e nonostante mi fossi alzato per cercarlo, non lo vidi più.

Serata libera da impegni, chi voleva poteva fare un giro a visitare la cittadina, io preferii andare insieme ad altri due amici in una piscina termale ristoratrice fino all'ora della cena. Dopo mi soffermai per il resto della serata, sulla terrazza dell'Hotel dove un sassofonista veramente bravo allietava con la sua musica gli ospiti -

HOTEL DELIBAB

In un cantuccio dell'Hotel Delibab,

suonavi...ignoto sassofonista.

Le tue mani leste e sicure

quasi planavano sul malinconico ottone-

L'aria trasandata di sognatore incallito,

lo sguardo volto...forse...

ad un passato parigino...oppure,

ad un quartiere di New Orleans.

E suonavi, suonavi senza sosta

brani che appartenevano al mio passato.

Ero lì, carpito dalla tua maestria,

a contemplare...le tue note...

ed ignaro suonavi la mia musica

in simbiosi con la mia anima.

Le tue musiche erano sprazzi di ricordi,

tornati...li ...per caso...

a rinverdire le memorie dei miei anni...

...dei miei anni gioiosi.

Ti ho ascoltato per ore mentre suonavi:

Petit fleur, Blue moon, Historia de un amor,

Besame mucho, You are my destini,

Guarda che luna ….....

Ti ho sentito suonare,

malinconico artista d'altri tempi

in quel cantuccio dell'Hotel Delibab.



Il pulmann che doveva portaci ad Ortobagy, alle nove del mattino era già pronto, pronzo al sacco e partenza. Ortobaby, considerando di immettersi nella Puszta dalla parte est dell'Ungheria, rappresentava il punto di partenza per l'inizio delle escursioni. Chi ha avuto la fortuna di visitare questa zona, sa benissimo a quali emozioni va incontro. Eppure, a pensarci bene è solo una lunga distesa brulla, ma il fascino che riesce ad emanare è quesi indescrivibile.

Insieme al nostro mezzo, un piccolo pulmino ci precedeva, con dentro con dentro alcuni componenti del coro “Bardos Lajos” tra i quali c'era anche Ana, il chè mi riempì di immensa gioia, pensavo che avesse serbato qualche rancore ma, se era lì voleva dire che tutto era passato.

Victoria, l'interprete ungherese e nostra guida , parlava un'italiano perfetto , sposata con un italiano, di Perugia conosceva alla perfezione tutti i segreti di quell'immensa e misteriosa pianura. Ci erudì su quali eventuali pericoli si potevano correre in quel luogo che erano a dir vero pochi a parte il disorientamento che si poteva provare trovandosi da soli. Ci raccontò anche che molti intellettuali ungheresi e non , si recavano in quel luogo nche per trarne ispirazione, specialmente poetica e filosofica. Ci avvertì pure di non stupirci se a contatto con tanta immensità, le nostre menti potevano subire o percepire sensazioni mai provate. Malinconia, gioia euforica, sentirsi padreterni ed eseguire azioni che in altri luoghi potevano essere difficili da concepire.

L'ansia di voler provare una qualsiasi delle sensazioni descritte da Victoria mi attanagliava e quell'ora di strada che dovevamo percorrere, mi sembrava non avesse mai fine. Vi giunsi insieme agli altri con un'euforia indescrivibile-

L'ultimo tratto che immetteva nella pianura lo percorremmo in un grosso carro trainato da due maestosi cavalli. Ana, per puro caso o per suo volere, era seduta al mio fianco elargendomi di tanto in tanto sorrisi gioiosi mettendo in bella mostra l'ordinata fila di avorio della sua bianchissima e perfetta dentatura.

Finalmente, giunto alla mete, mi accolse un recinto con una struttura atta a soddisfare le esigenze dei visitatori. Nel recinto una ventina di cavalli , parevano fossero in attesa di essere scelti per una cavalcata. Mi assentai fermandomi ad un centinaio di metri dagli altri, e lì, i miei pensieri cominciarono a vagare pensando alle descrizioni dell'interprete e rimanendo in attesa che qualcosa rompesse la normalità. Non tardò ad arrivare quel turbinio di pensieri che mi inondò, sublimandomi, Scrutai con attenzione , quella distesa perfettamente pianeggiante che si estendeva per centinaia di chilometri ed in lontananza, verso Est, potevo scorgere le montagne Carpatiche ed un silenzio quasi inconcepibile.

Pensai subito che Dio, dopo le fatiche della creazione, il settimo giorno fosse andato a riposarsi in quel luogo così grande “ come grande è Lui” ed avesse usato le montagne che vedevo in lontananza come guanciale dove posare la sua testa. Immaginai anche che il sudore versato nell'immane fatica, avesse creato il lago Balaton. Victoria aveva ragione, quella terra sapeva di magico che la nostra mente così piccola a confronto, non poteva contenere tanta maestosità . Ecco perchè ne modificava i pensieri ed i contenuti. Questa di immaginarmi il Creatore disteso a riposare in una così grande dimensione mi diede l'idea della grandezza suggeritami dall'inconscio, senza che mi fossi neppure affannato a pensare una cosa simile in quel momento-



PUSZTA



Aperta nell'infinito perdersi

dell'orizzonte cupo...

in solenne stasi...vibri.



Sfiorata dall'aria lieve

...l'erbetta pigra

tra le crepe d'arsura,

vago profumo di camomilla nana

e l'aria avvolta di mistero,

lunghi silenzi...impone-



Macchie d'armenti sparti

nella nuda steppa,

greggi di raska accaldate

nel tiepido meriggio:

quasi timorose dell'immenso:

fan capanno.



Buoi e nitriti di sauri maestosi

rompono ….

il tenue candore di Settembre.



Con il lor manto di cielo

dall'azzurro cupo,

mandriani alteri

che d'arcaico sanno,

su scuri cavalli...irrompono

fieri e vibranti

nella piana maestosa,

e scuote l'aria il severo

e secco schioccar delle fruste.



Rapido sfreccia in volo

il falco pellegrino che,

con l'allodola ghermita...

...scompare...



Avvolta d'infinito e di silenzi,

con i sensi carpiti dall'immenso.

Ti ho vista ad Ortobagy...

terra senza ombre.



Nel casotto del recinto dei cavalli, chi voleva, ed era all'altezza di stare in sella, poteva prendere un cavallo a noleggio, inoltrarsi nella pianura e galoppare senza ostacoli di sorta in una corsa sfrenata.

I cavalli, sono stati da sempre la mia grande passione. Già da piccolo, mio nonno paterno mi portava con se , mi insegno ad amarli ed a cavalcarli con discreta destrezza, passione che ho coltivato anche da grande. Anche mio padre , tra le tante cose nelle quali si dilettava , veniva spesse volte chiamato per domare i cavalli già sviluppati e pronti per essere educati ed addestrati all'uomo.

Sicuro di essere all'altezza, ne noleggiai un o, bello, maestoso, ubbidiente e nervoso. S i notava dal suo portamento; Testa alta, orecchie in avanti, narici ben dilatate ed ansioso di correre. Lo montai con facilità tenendo all'inizio, la briglia abbastanza tirata ed il cavallo incominciò il suo trotto in direzione dell'orizzonte della pianura. Bastava allentargli il morso che il trotto aumentava il ritmo.

Il rumore inconfondibile di un cavallo al galoppo mi costrinse a voltarmi per osservare chi fosse. Riconobbi Ana, provetta cavallerizza che mi sorpassò come un fulmine. A quel punto mollai completamente la briglia , e senza bisogno di usare gli speroni, anche il mio cavallo incominciò la sua corsa. Pareva non sopportasse che nessun altro cavallo gli stesse d'avanti- Ma, il sauro di Ana non si dava per vinto ed in queste condizioni percorremmo non so quanti chilometri immersi in quell'immensità. Ana decise di fermarsi, tirò a se la sua briglia a tal punto che il morso così teso costrinse il cavallo ad arrestarsi, si erse sulle gambe posteriori quasi in posizione verticale ed Ana scivolò dal suo destriero dalla parte posteriore in piedi, soddisfatta della sua perizia. Io lo feci in modo naturale, e sceso andai a complimentarmi con lei. Ci abbracciammo forte, mentre i cavalli, addestrati a non muoversi senza il cavaliere in groppa restavano fermi brucando qualche filino d'erbetta, non c'erano alberi ne altro dove poterli assicurare.

La bocca di Ana profumava d'aria fresca quando ci baciammo in modo sublime. E così, lontano dal mondo, solo terra e cielo, fummo nostri a lungo in quel paradiso terrestre senza alberi di frutti proibiti, quasi a voler fecondare la terra sotto i nostri corpi. “Non credo di aver peccato, se Sant'Ignazio ritiene che lo sia, chiedo umilmente clemenza”

Così sdraiato sulla nuda terra , la mia mente sublimata dagli eventi cominciò a ragionare in m odo quasi filosofico. Credo che in un modo sconosciuto al mio io, mi sentissi un po matto. Con la pretesa di essere sempre compreso e capito, ma senza rinunciare a comprendere gli altri. I sognatori come me sono crudeli contro se stessi, la bontà posso aspettarmela solamente da chi è veramente forte, chi non conosce la paura non è coraggioso perchè il coraggio è la capacità di affrontare ciò che si percepisce. Certe persone sono grandi e presuntuose ma è come se fossero dei bambini che sono cresciuti solo in altezza. La felicità arriva quando spingiamo la nostra mente ed il nostro cuore ai limiti estremi della nostra possibilità. Lo scopo della vita odierna è contare di fronte agli altri, rappresentare qualcosa , far si che il fatto che abbiamo vissuto comporti delle differenze. Credo sia più apprezzabile un menzognero per necessità che una persona sleale che predica bene , onore e amore sopravaricando gli interessi degli altri.

Alla fine di questa mia incredibile esperienza, è doveroso da parte mia scusarmi con chi ha avuto la bontà di leggere questo mio racconto, per certune divagazioni non sempre attinenti a Sant? Ignazio. Detto ciò, non era possibile astenermi nel descrivere e raccontare ciò che i miei sensi , provarono in quel luogo di per se così misterioso e affascinante. Ora so, e comprendo a fondo ciò la nostra guida voleva dire .

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